Il “nuovo Dadaismo” e l’Arte “shock” di McCarthy
Pubblicato lunedì 28/6/2010 da Marcello Gamberale Paoletti | Categoria: Culturadi Matilde Scaramellini
Il Dadaismo è un movimento artistico che nasce in Svizzera nel XX secolo e più esattamente durante il periodo della prima guerra mondiale (1915-1918). A Zurigo un gruppo di intellettuali tra cui Marcel Duchamp e Max Ernst, discutevano al Cabaret Voltaire di quest’arte nuova,volta a stupire con manifestazioni inusuali e provocatorie, così nacque il movimento. « Dada non significa nulla. E’ solo un prodotto della bocca. »come diceva il manifesto dei Dadaisti e, già in ciò vi è una prima caratteristica del movimento: quella di rifiutare ogni atteggiamento razionalistico. Il rifiuto della razionalità è ovviamente provocatorio e viene usato per abbattere le convenzioni borghesi intorno all’arte,per fare ciò non vi è timore di cadere nel sacrilego.
Fine ultimo: distruggere l’arte,per poter ripartire con una nuova concezione di essa, non più sul piedistallo dei valori borghesi ma coincidente con la vita stessa e non separata da essa. Un’opera d’arte può essere qualsiasi cosa, quindi come conseguenza nulla è arte. In una tale ottica non conta più l’abilità manuale dell’artista, ma le idee che riesce a proporre. Infatti, il valore dei «ready-made» è solo nel messaggio. Nelle scioccanti installazioni di Paul McCarthy ,artista Statunitense,non si può non cogliere una nuova forma di dadaismo,ancora più spietata e blasfema: il sesso diventa parodia, il sangue ketchup, gli escrementi cioccolato e il mondo vero la sua riproduzione in silicone rosa. Nel suo “circo”,come lui stesso lo definisce,è la vita dello spettacolo (e viceversa) messa in scena no stop ;il vero si confonde col finto, la realtà con la recitazione, il dramma con la farsa. Pronto a mettere in ridicolo persino un presidente Americano,che vediamo in una delle sue ultime sculture “alle prese” con un maiale, McCarthy da uno “scossone” a Milano,che fino al 4 di Luglio ospita a Palazzo Citterio “l’isola dei porci”. «Non saprei dire se è la riproduzione esatta del mio studio di Los Angeles o se, viceversa, è proprio l’Isola dei porci che diventa il mio studio di Los Angeles. Si tratta di un lavoro in progress, ovvero la trasformazione del mio studio, da sette anni a questa parte, in una performance che parla del processo della scultura». McCarthy di sicuro non ha timore di oltrepassare i limiti del “politicamente corretto”; lo dimostrano le sculture di personaggi famosi o appunto di politici dai tratti enfatizzati, d’altronde come afferma provocatorio «Miki Mouse, Donald Duck, Michael Jackson, qualsiasi celebrità sarebbe stata lo stesso: sono tutte false, come il sangue che si vede al cinema».
L’inno anarcoide dell’arte odierna suscita varie gamme di sensazioni, ma sempre proiettate allo sberleffo, con modulazioni che variano dalla smorfia trattenuta dallo sgomento per una verità inconfessabile, alla risata sarcastica e liberatoria. In un’epoca dove ogni limite d’espressione è stato abbattuto non è forse poco saggio oltre che anacronistico volgere solo in questa direzione sempre più crudele e disincantata?
L’arte di McCarthy dimostra che scioccare è ancora facile, ma impressionare è tutt’altra faccenda.